ACCADEMIA DELLE BELLE ARTI DI ROMA
IL TATUAGGIO FRA CULTURA E MODA
VI° Anno di Pittura - Prof. Notargiacomo
Tesi per Diploma di Laurea
Relatore:
Prof. Gerardo Lo Russo
Tecniche Grafiche Speciali
Piero Folgori
CAP. 1 - INTRODUZIONE
CAP. 2 - STORIA E TECNICHE PRESSO I VARI POPOLI
2.1 Il tatuaggio in Birmania e
gli "Shans"
2.2 Dai "Kayan" agli "Iban" del Borneo
2.3
Il sacro rituale nelle Isole Marchesi
2.4 Il tatuaggio Maori: il "Moko"
2.5 L'arte del tatuaggio giapponese
2.6 Il tatuaggio a Papua-Nuova Guinea
2.7
Il tatuaggio in India
2.8 Il tatuaggio terapeutico in Nord'Africa
2.9 Il
tatuaggio religioso presso il Santuario di Loreto
2.10 Il tatuaggio in Europa
2.11
I primi Tattoo Shops negli U.S.A.
CAP. 3 - LE VALENZE CONTESTATIVE DEL TATUAGGIO TRA '800 E '900
3.1
Il tatuaggio punitivo
3.2 Tatuaggio e marginalità
3.3 Prostituzione
e tatuaggi erotici
3.4 Il tatuaggio dei gay
CAP. 4 - IL TATUAGGIO OGGI: FENOMENO DI MODA
4.1
Tatuaggio, mass media e vip
4.2 Tatuaggio, ritualità
4.3
Tatuaggio e comunicazione
4.4 Tatuaggio e corpo
4.5 Tatuaggio e moda, tatuaggio
di moda
4.6 Tatuaggio nelle subculture
4.7 Conclusioni
INTRODUZIONE
Il
tatuaggio è l'usanza di imprimere nella pelle segni e ornamenti permanenti,
questi sono il risultato dell'inserimento sottopelle di pigmenti o sostanze con
uno strumento in grado di tagliare o bucare la pelle stessa.
I motivi che hanno
indotto secoli addietro e inducono ancora oggi gli uomini a tatuarsi sono diversi
e strettamente legati alle realtà storiche, sociali e religiose a cui ognuno
di essi appartiene.In tempi molto lontani e ancora oggi, presso alcune popolazioni
il tatuaggio funge da amuleto contro spiriti malvagi, contro i pericoli e i malanni;altre
lo utilizzano per guarire malattie, presso altre ancora è parte di riti
iniziatici o esprime devozione e fede religiosa, il tatuaggio può essere
anche un segno nobiliare o gerarchico che stabilisce il ruolo o l'appartenenza
ad un particolare rango nella società o nell'esercito, oppure un modo per
marchiare schiavi, prigionieri o criminali. Infine il tatuaggio è considerato
un fatto estetico, un abbellimento del proprio corpo (assumendo a volte dei significati
personali), come avviene nelle società moderne.
Il termine tatuaggio
è di origine polinesiana e deriva da "tatu", che significa "marcare
con segni","scrivere (sul corpo)"; viene usato sia per indicare
il tatuaggio vero e proprio(ottenuto per puntura e immissione di pigmenti sotto
la cute) più diffuso tra le popolazioni a pelle chiara, sia per indicare
la scarificazione (ottenuta facendo cicatrizzare in modo particolare delle incisioni)
che è più diffusa tra le popolazioni a pelle molto scura.
La
cultura del tatuaggio nasce e si sviluppa quasi contemporaneamente in diversi
parti del mondo,da popolazioni primitive, distanti tra loro. Oggi, nelle avanzate
e tecnologiche metropoli occidentali, vive ancora: nei "tattoo studios"
di tatuatori di fama mondiale o in fanzine e riviste specializzate, in affollatissimi
happenings e tattoo conventions che periodicamente si svolgono in ogni angolo
del mondo; infine sulla pelle decorata di molti appassionati.
Tutta attuale
invece è la moda del tatuaggio. Per secoli considerato per lo più
come un simbolo di marginalità e trasgressione, quindi malvisto dalla società,
oggi incontra invece un consenso diffuso: è apprezzato da tanti vip, come
da moltissime persone comuni, soprattutto giovani che ne fanno bella mostra in
discoteca, al mare, in palestra o semplicemente per strada.
Così oggi
esiste sia una moda che una cultura del tatuaggio, le quali si mescolano anche
fra loro, alimentando tutta una serie di interrogativi e contraddizioni proprie
dell'epoca in cui viviamo. Ad esempio, come spiegare il recupero di una ritualità
tanto primitiva e atavica da parte di una società tecnologica e avanzata
come la nostra. Singolare è anche la stessa evoluzione per cui il tatuaggio,
un tempo alfabeto dell'emarginazione per marinai, carcerati e prostitute, oggi
non equivale a delinquenza, ma è diventato anzi una vera mania, ed è
stato rivalutato addirittura come forma d'arte. Infine nonostante la moda del
tatuaggio, appare evidente il contrasto fra questi due termini: il tatuaggio,
che è decorazione permanente, e moda, che è invece variazione continua.
CAP. 2
STORIA E TECNICHE PRESSO I VARI POPOLI
2.1 IL TATUAGGIO IN BIRMANIA E GLI "SHANS"
Il
tatuaggio in Birmania ha origini molto antiche e non del tutto chiare. Ne scrisse
per primo in Europa il veneziano Nicolò De Conti nel 1435 nel resoconto
dei suoi viaggi:"
nella città di Inn Wa (Ava)
gli abitanti,
uomini e donne, pungono la loro pelle con punte di ferro e sfregano nelle punture
un pigmento indelebile in modo che rimangono pitturati per sempre
".
Ralph Fitch, un inglese che visitò la Birmania nel 1586 scrive appunti
sulla pratica del tatuaggio come motivo d'orgoglio presso gli indigeni. Ancora
Padre Sangermano, missionario in Birmania dal 1783 al 1806, racconta della curiosa
usanza dei birmani, di tatuarsi le cosce, cosa ottenuta provocando ferite alla
pelle, riempiendole con il succo di una certa pianta simile ad una tintura nera.
La
prima testimonianza birmana sul tatuaggio risale al periodo del regno di Hantawaddy
Sin Byu Shin (1550-1581). Nel resoconto di un ricevimento ufficiale alla corte
di Akbar,governatore del Mughal, si legge la descrizione di un ospite:"il
giovane Khway Lin Sar, vestito con un turbante e dei calzoni di tessuto pregiato,
mentre il suo torso, profumato con erbe di oli di sandalo, era stato deliberatamente
lasciato nudo per mettere in evidenza i ricchi tatuaggi Minthay". Akbar e
isuoi cortigiani furono molto affascinati da quella curiosa forma di decorazione
corporale.
I tatuaggi in quell'epoca erano ritenuti magici ed avevano prevalentemente
una funzione protettiva dai nemici, dai serpenti velenosi e dagli animali feroci
della jungla. Gli uomini portavano tutti brache rimboccate in mezzo alle gambe
che lasciavano scoperte le cosce; probabilmente questo è il motivo per
cui queste divennero la parte del corpo più adatta ai tatuaggi. Le decorazioni
più antiche non coprivano l'intera coscia, ma si limitavano ad un disegno
ovale nero a forma di foglia su una coscia,mentre sull'altra veniva disegnato
un gatto incorniciato,simbolo di agilità. In seguito i tatuaggi si estesero
fino a coprire tutta la zona della vita fino alle ginocchia, o addirittura tutto
il corpo.
I tenutari dell'arte del tatuaggio erano gli "Shans", i
quali, dopo averla introdotta in Birmania durante la loro dominazione dal 1287
al 1531, continuarono a praticarla anche in seguito. Molti tra gli Shans rimasero
in Birmania e probabilmente trasmisero e tramandarono tra i birmani l'uso di tatuarsi,
continuando ad essere loro i grandi maestri di quest'arte.
Lo scopo principale
del tatuaggio era quello protettivo, ma nel corso dei secoli assunse anche altre
funzioni, come quella di riconoscimento, per avere da parte delle famiglie reali,
un controllo sulle origini delle popolazioni che si mescolavano. Anche gli schiavi
ereditari venivano tatuati sul collo e sui polsi perché potessero essere
immediatamente individuati.
Lo strumento per tatuare era una bacchetta d'ottone
che veniva tagliata trasversalmente in cima in modo da formare da due fino a dodici
punte aguzze; quando queste punte erano molte, venivano poi legate strettamente
perché non si aprissero. L'intero strumento, lungo quasi mezzo metro, era
composto di tre parti: la punta con gli aghi,una bacchetta centrale cava e un
contrappeso che veniva infilato nella parte opposta agli aghi. Questi pesi avevano
anche forme diverse: rappresentavano demoni, animali mitologici, uomini e divinità
e venivano cambiati a seconda del soggetto da tatuare: si riteneva infatti che
queste statuette avessero la proprietà di trasmettere al tatuato il potere
della divinità che vi era rappresentata.
Un lungo e complicato rituale
accompagnava la preparazione dei pigmenti, erano ottenuti da: olio di sesamo (il
colore nero-blu), olio grezzo(il verde-blu) o grasso di maiale(il rosso), posti
in ciotole di terracotta separate, nelle quali veniva acceso uno stoppino di cotone.
Sopra la fiamma veniva posto un vaso forato capovolto e sopra un secondo vaso
con una apertura più piccola. Il denso nerofumo che si depositava sulle
pareti dei vasi, veniva raschiato e mescolato a bile di pitone, di pesce o di
un vecchio toro, con cui si otteneva un impasto che sigillato all'interno di un
tronchetto di bambù, veniva sotterrato per almeno un anno in un terreno
umido. Dissotterrato appariva come una massa gelatinosa che veniva fatta essiccare
in piccoli cubetti.
Il rosso era usato per i tatuaggi religiosi e magici che
venivano eseguiti solo sulla parte superiore del corpo considerata più
pura e pulita, con lo scopo di assicurarsi la protezione degli dei.
I maestri
tatuatori, "hto gwin saya", viaggiavano attraverso il paese da soli
o accompagnati dai loro apprendisti, che lavoravano per loro anni, prima di poter
iniziare a tatuare. In ogni villaggio trovavano subito i loro clienti: uomini
e ragazzi, questi potevano cominciare a tatuarsi compiuti gli otto anni dopo un
rito d'iniziazione nel monastero e continuavano fino ai trentacinque, quaranta
anni. L'operazione era piuttosto dolorosa e gli elaborati disegni venivano fatti
poco per volta. Per aiutarli a sopportare il dolore, ai ragazzi davano un pezzetto
d'oppio da mangiare prima dell'operazione. Il disegno veniva prima dipinto sulla
pelle con un pennello di bambù e una volta asciutto iniziava il tatuaggio
vero e proprio. Dopo l'operazione del tatuaggio spesso comparivano febbre, gonfiore
e indolenzimento, ma pare che i casi di morte fossero rarissimi.
2.2 "DAI KAYAN AGLI IBAN"DEL BORNEO
Il tatuaggio era praticato
soprattutto nelle zone più interne del Borneo da tribù di tagliatori
di teste molto temuti. Pare che questa pratica sia stata introdotta nel Borneo
dai "kayan",emigrati dalle montagne della Birmania verso la Malesia
e quindi nel Borneo circa ottocento anni fa.
Il tatuaggio kayan, a parte quello
estetico, aveva motivazioni e significati diversi per gli uomini e per le donne.
Per i primi era simbolo di virilità, di eroismo, segno di riconoscimento,
talismano contro demoni e malattie; per le seconde era simbolo di appartenenza
alla propria tribù e soprattutto garantiva l'accesso al regno dei morti.
Infatti, secondo i kayan, i tatuaggi fungevano da "torce" nel mondo
dei morti e senza gli spiriti avrebbero vagato nel buio totale.
I tatuaggi
femminili erano tanto più belli ed elaborati quanto più alta era
la classe sociale a cui appartenevano. Le donne venivano sempre tatuate da altre
donne e le tatuatrici, molto rispettate dalla società, venivano riccamente
compensate per le loro prestazioni.
Gli strumenti erano semplici: due o tre
bacchette in legno sulla cui cima erano fissati con la resina tre o quattro aghi,
ed un martelletto di ferro. Il pigmento veniva preparato mescolando il nerofumo,
raschiato dal fondo di pentole di metallo, con acqua e succo di canna da zucchero.
Per i disegni più elaborati veniva usato una specie di stampino:un pezzo
di legno finemente intagliato dagli artigiani della tribù. La tatuatrice,
sporcato lo stampino col pigmento, bucava la pelle picchiando con il martelletto
sul bastoncino degli aghi lungo la traccia del disegno. I tatuaggi erano diversi
uno dall'altro, ma i simboli erano collocati quasi sempre nella stessa posizione.
Le braccia erano divise in bande orizzontali che contenevano questi disegni simbolici.:
il cerchio concentrico; la spirale; due cerchi concentrici attaccaticce rappresentano
due lune congiunte; una serie di linee zig zag orizzontali; le radici di una pianta
e il "gancio dei kayan", due spirali che si agganciano. Le gambe venivano
coperte di disegni dalle anche alle ginocchia.
Gli uomini kayan erano meno
tatuati delle donne nel XIX secolo. Il guerriero più valoroso aveva il
dorso delle mani e le dita tatuate, alcune volte anche i polsi, gli avambracci,
cosce e sulla punta delle spalle. Un disegno simbolico del seme sacro "lukut",
veniva tatuato sul polso degli uomini contro le malattie, sulle spalle si tatuavano
una "rosa" stilizzata o una "stella", sull'avambraccio e la
coscia il disegno cosiddetto del "cane". Le spirali agganciate, che
di solito formano il centro delle rose e del lukut sono legate al significato
del simbolo Yin e Yang cinese.
Gli iban, che pare abbiano iniziato a tatuarsi
solo intorno al XIX secolo, sono oggi la popolazione più estesamente tatuata
del Borneo. Nel corso dell'ultimo secolo, il tatuaggio iban ha perso il suo significato
originario e si è adeguato ai tempi: oggi indica che il suo portatore ha
partecipato al "Bijalai" o "Bejalai", definito dall'antropologo
Derek Freeman come: "l'importante istituzione presso gli iban di un viaggio
che veniva intrapreso per ottenere profitto materiale e prestigio sociale, un
percorso iniziatici verso l'ignoto durante il quale l'uomo iban, acquistava sapienza
e conoscenza del mondo che lo circondava. Poteva trattarsi di alcuni mesi passati
nella giungla a tagliare fusti della canna d'India (usata per fare sedie, bastoni
ecc.) o di qualche anno speso a lavorare in una città lontana, colui che
tornava dal Bejalai doveva portare a casa un trofeo: come un'arma, uno strumento
o addirittura una testa fresca, e acquisiva il diritto di farsi tatuare, operazione
che di solito aveva luogo prima del ritorno a casa".
Quella del tatuatore
non è in questa terra una professione, ma una mansione che viene ancora
svolta da certi membri della tribù, rispettati e generalmente anziani.
Il
significato del tatuaggio iban rimane un punto controverso; ma è da ritenersi
che avesse inizialmente un valore simbolico, perché difficilmente in un
ambiente così ostile, abitato solo da tribù superstiziose, si sarebbe
potuto concepire come uno strumento decorativo. Col tempo però anche in
questa terra quest'arte ha subito un'evoluzione, dopo i massacri, sono arrivati
i missionari e nessuno ha più saputo quale fosse il simbolismo originale
dei tatuaggi; anche perché da sempre l'unica forma di documentazione sono
stati i corpi tatuati e l'arte del tatuaggio si è trasmessa attraverso
l'opera degli anziani. Solo gradualmente acquisirono una valenza decorativa, via
via che i valori originali vennero superati o dimenticati; oggi è vero
che la ragione più diffusa per farsi tatuare è l'abbellimento personale,
ma per casi come la tribù iban i disegni sulla pelle richiamano a simboli
di virilità, di successo contro i nemici e rimangono un mezzo di identificazione
nel caso di battaglia. Inoltre sono dispositivi magici di protezione per scacciare
gli spiriti maligni. In molti casi comunque non vi è piena coscienza circa
i significati dei tatuaggi; proprio perché le tradizioni non trovano più
radici nelle credenze popolari si ha un netto declino del lato magico-religioso
del tatuaggio a favore dell'aspetto puramente decorativo.
2.3 IL SACRO RITUALE NELLE ISOLE MARCHESI
Per le popolazioni delle Marchesi
il tatuaggio è un ornamento ed anche un vestito. Gli uomini, che tradizionalmente
indossavano solo un telo annodato "hami" che copriva loro solo i genitali,
quando potevano permetterselo si coprivano l'intero corpo di tatuaggi, mentre
le donne portavano solo piccoli segni intorno alle labbra, all'orecchie, e soltanto
le più ricche sulle gambe e gli avambracci. Era un ornamento molto apprezzato,
tanto che chi non aveva veniva disprezzato, e chi ne era coperto veniva considerato
affascinate ed elegante.
Iniziavano a farsi tatuare intorno ai 15-20 anni,
così raggiunta l'età il padre si rivolgeva ad un maestro tatuatore
"tuhuka patu tiki", e se egli accettava dava ordine a quattro ragazzi,
"kaioi", di costruire una capanna speciale chiamata "haè
patii". I kaioi avevano anche il compito di assistere il tatuatore sostenendo
il morale del ragazzo tatuato distraendolo con storie e canzoni.
Durante tutta
la durata dell'operazione, il ragazzo il tatuatore e i suoi assistenti vivevano
tutti nella capanna, nutriti e mantenuti dalla famiglia del tatuato secondo il
rituale sacro, "tapu". Per prevenire la febbre e le infezioni, il tatuato
veniva nutrito con cibi particolari. Dopo ogni seduta l'operazione veniva sospesa
per qualche giorno per lasciar cicatrizzare le punture.
Il tuhuka patu tiki
era considerato un vero artista ed inventava i soggetti e le decorazioni che tatuava.
Di solito insegnava il mestiere al figlio che diventava il suo primo assistente,
"koua", incaricato di preparare il pigmento, i pettini per bucare e
di tenere la pelle durante l'operazione.
I materiali usati erano estremamente
semplici: il pigmento "kaàhu" non era altro che il nerofumo prodotto
dalla bruciatura delle noci di bancoul, raccolto da una pietra piatta posta sopra
la noce in fiamme e mescolato ad acqua tiepida. Il pettine, "ivi patu tiki",
era fatto da una lamella di osso dalla larghezza variabile con una delle estremità
finemente dentellata oppure da un dente di squalo fissato all'estremità
di un bastone, "kakaho". Il tatuatore, intinto il pettine nel colore
lo applicava alla pelle e lo percuoteva con un colpo secco dato da un martelletto
di legno. Il paziente veniva immobilizzato da una morsa fatta con due tronchi
di banano tra i quali veniva legato e tenuto fermo. Il maestro con l'aiuto dei
suoi assistenti cantava allora una specie di canzone rituale con la quale scandiva
il ritmo del suo martelletto. Ogni goccia di sangue veniva rapidamente asciugata
perché non doveva assolutamente toccare terra. Le punture erano quasi sempre
infette dato il materiale usato, e le adeniti erano spesso conseguenza del tatuaggio
e costringevano a sospendere il lavoro finché il pus, divenuto fluido,
veniva fatto uscire attraverso un taglio procurato da una conchiglia.
Quando
il tatuaggio era finito il padre faceva il tatuatore un regalo speciale ed organizzava
una grande festa per esibire in pubblico la sua opera. Per completare un tatuaggio
ci volevano anni, e tra un intervento e un altro vi erano interruzioni di mesi.
Il color ardesia dei tatuaggi finiva per mascherare la nudità e per diventare
un vestito.
2.4 IL TATUAGGIO MAORI: IL "MOKO"
La
bellezza è, che se ne sia coscienti o meno, essenzialmente una costruzione
operata dalla società sia a livello simbolico che pratico. L'essere umano
bello, socialmente bello e completo, era per i maori di un tempo l'essere umano
rigenerato dal tatuaggio; il viso era coperto di complessi motivi dalla radice
dei capelli al mento e da un orecchio all'altro: questa ornamentazione aveva nome
"moko"; erano tatuati anche l'addome e le gambe dalle cosce fino alle
ginocchia: quest'altra ornamentazione aveva il nome di "rape".
Il
tatuaggio nella civiltà maori era praticato soltanto da santoni o da coloro
che erano ufficialmente riconosciuti come "tohunga" (tatuatore) ed era
parte di un rituale sacro che aveva lo scopo di proteggere gli spiriti del tatuato
e del tatuatore dal male.
Iniziavano a tatuarsi sin da adolescenti ed il tatuaggio
costituiva un preciso ed elaborato strumento di comunicazione sociale: ad esempio
al figlio primogenito di un capo tribù venivano tatuati in volto dei segni
particolari in modo da essere riconoscibile come futuro capo. La società
maori era molto stratificata ed il tatuaggio indicava con precisione la casta
di appartenenza di ognuno, l'origine sia materna che paterna, o anche il raggiungimento
di un rango superiore a quello di nascita per aver compiuto azioni particolarmente
meritevoli, infine indicavano il mestiere.
I tatuaggi maori erano motivo di grande
orgoglio per il guerriero che li portava e una donna che non avesse segni tatuati
intorno alle labbra non era considerata attraente.
Sono due le tecniche con
cui si praticavano i tatuaggi pressi i maori: il "puhoro", che consisteva
nel pungere la pelle con uno strumento acuminato e nell'inserire nelle punture
un pigmento che lasciava la traccia del disegno sotto pelle; ed il "moko
whakairo", che veniva fatto con scalpelli ed altri strumenti taglienti che
"scolpivano" la pelle: le ferite venivano successivamente riempite di
colore e il disegno, una volta guarita la pelle, era reso ancora più evidente
da rilievo delle cicatrici.
Il pigmento usato, era ottenuto con la bruciatura
della resina di alberi locali, il kaori o il kaikatea: la fuliggine così
ottenuta, mescolata con olio di squalo, produceva una pasta chiamata "narahu"
o "kepara". Questo pigmento era considerato sacro e veniva conservato
per anni gelosamente e riutilizzato per ogni nuovo tatuaggio di un membro della
famiglia.
Nel tatuaggio puhoro l'ago veniva intinto nel colore prima di essere
inserito nella pelle, invece per ottenere il moko le linee del disegno da tatuare
venivano prima intagliate nella pelle con uno scalpellino, poi con uno strumento
dalla punta a forma di pettine, il tatuatore inseriva il colore nelle ferite;
questa operazione veniva ripetuta più volte per evitare che il sangue,
uscendo, portasse via il colore.
Gli strumenti usati dai maori per il moko,
in rilievo, erano scalpelli e raschietti in miniatura le cui lame, di osso, pietra
o legno e spesso poco più di un millimetro, erano saldamente legate ad
un manico di legno. Il moko era particolarmente doloroso e causava gonfiamenti
e irritazioni della pelle, tanto che il lavoro doveva essere più volte
interrotto. Alcuni morivano in seguito alle infezioni provocate dal tatuaggio.
2.5 L' ARTE DEL TATUAGGIO GIAPPONESE
Il tatuaggio è stato
praticato in Giappone fin dai tempi antichissimi con stili e finalità diverse:
le "haniwa", statuette d'argilla rinvenute in antiche tombe giapponesi,
hanno chiaramente visibile, tatuaggi facciali che avevano probabilmente un significato
religioso o magico; una delle più antiche cronache storiche scritte giapponesi:
il "kojiki" riferisce di tatuaggi praticati a scopo estetico e su una
pergamena del XVII secolo vi è dipinta una donna il cui corpo è
estesamente tatuato. Le varie forme di tatuaggio, a partire dal XVIII secolo vennero
indicate con nomi diversi: quello punitivo era chiamato "irezumi", mentre
quello decorativo "horimono" a Edo (Tokio) e "gaman" ( ossia
pazienza, che occorre per sottoporsi ad un tatuaggio) nella regione di Kyoto e
Osaka.
Verso la fine del XVII secolo il tatuaggio era una pratica molto diffusa
in tutta il Giappone. All'inizio del XIX secolo, una serie di coincidenze in un
particolare momento di trasformazione dell'assetto sociale del paese, diedero
origine a una nuova forma di tatuaggio horimono le cui caratteristiche del tutto
particolari, lo rendono unico al mondo per la capacità di raggiungere livelli
di qualità, colore, forme, movimento, luce e ombre dei fondi, raffinatezza
iconografica, espressiva e tecnica di gran lunga superiore a qualsiasi altra forma
di tatuaggio conosciuta fino ad oggi.
Molti fattori sono all'origine dell'evoluzione
tecnica, stilistica ed iconografica. Uno degli elementi principali fu il fiorire
della società mercantile e la nascita di una cultura borghese, unita al
fatto che la maggioranza della popolazione cittadina era in grado di leggere e
scrivere. Così, il livello già relativamente alto di cultura venne
innalzato dallo sviluppo di un nuovo metodo di stampa a basso costo, la stampa
xilografica. Grazie alla quale nacque un nuovo genere letterario, che si può
considerare la prima forma di letteratura in prosa del periodo Edo: scritta in
caratteri facilmente leggibili, "kana", era interspaziata da illustrazioni
a pagina piena. Si trattava per lo più di opuscoli a soggetto religioso,
favole moralistiche, leggende popolari oppure di racconti di battaglie o storie
d'amore. Un importante fonte di ispirazione per questa nuova letteratura giapponese
furono i racconti della tradizione popolare cinese "shui-hu-chuan" (la
cui versione completa risale al 1589), in Giappone chiamati "Suikoden",
"i margini dell'acqua", i racconti si basano sulle imprese leggendarie
di una banda di eroi divenuti fuori legge, per la loro battaglia contro gli ufficiali
corrotti dell'imperatore. La popolarità dei Suikoden raggiunse il culmine
del successo in Giappone quando due grandi maestri della scrittura e dell'illustrazione:
lo scrittore Kjokutei Bakin (1767-1848) e il maestro di pittura Katsushika Hokusai
(1760-1849) iniziarono insieme la pubblicazione della "Nuova edizione illustrata
dei Suikoden" (1805-1838). Molti degli eroi disegnati da Hokusai erano decorati
da tatuaggi. I ritratti degli eroi Suikoden, così intensamente dipinti
dal pennello di Hokusai divennero un soggetto classico dei libri illustrati, e
colpirono molto la fantasia dei lettori giapponesi, soprattutto i personaggi tatuati.
Hokusai
per inventare i tatuaggi sul corpo dei Suikoden, traeva spunto dalle decorazioni
dei "Kimono" giapponesi, dall'abito dei samurai (Haori), o dagli antichi
abiti da cerimonia (kamishimo), ma anche dai vecchi disegni a carboncino tradizionale.
La
"Suikoden mania " contagiò anche i disegnatori di stampe che
ne fecero diverse edizioni, tra le quali quella disegnata da Utagawa Kuniyoshi
(1798-1861) suscitò molta ammirazione, e ebbe il grande merito di essere
riuscito ad imporre al pubblico il proprio gusto. L'impatto dei Suikoden disegnati
da Kuniyoshi sull'evoluzione del tatuaggio è chiaramente dimostrato dal
fatto che i soggetti e i temi delle sue stampe furono trasferiti in toto inalterati
come soggetti di tatuaggi.
Il tatuaggio giapponese è nato quindi come
emulazione di quello che Hokusai prima, Kuniyoshi e altri artisti poi, hanno creato
sui corpi degli eroi da loro illustrati. Le illustrazioni fedelmente riprodotte
nei tatuaggi hanno dato origine a uno stile di tatuaggio che dinastie di maestri
tatuatori attraverso i loro allievi hanno tramandato fino a noi. Il tatuaggio
giapponese Horimono è stato quindi "inventato" da un grande artista
: è stato prima immaginato, poi disegnato sulla carta e solo in seguito,
è stato riprodotto sulla pelle di uomini veri ed è esistito come
fenomeno reale.
Di fronte ad un tatuaggio giapponese ci si rende subito conto
della grande differenza concettuale che lo separa dal tatuaggio occidentale: infatti,
mentre in occidente i tatuaggi sono disegni isolati incisi nella pelle in una
parte qualsiasi del corpo, in Giappone è l'intero corpo ad essere decorato
con un unico disegno che ne segue e sottolinea le linee anatomiche e le simmetrie.
Ne risulta un perfetto equilibrio tra la parte tatuata del corpo e quella in cui
la pelle viene esaltata nella sua purezza.
La tecnica usata attuale è
più o meno la stessa usata dai maestri dei secoli scorsi. Il pigmento viene
inserito nella pelle dall'ago nello stesso momento in cui esso buca la pelle.
Gli aghi, da due a quaranta, vengono assemblati da loro in file parallele o in
modo da formare un mazzetto circolare, e fissati su una bacchetta di legno rigida
e sottile. La pelle da tatuare viene tesa tra il pollice e il mignolo della mano
sinistra per evitare che ceda alla pressione dell'ago. Usando diversi punti d'appoggio
sul mazzetto di aghi, il tatuatore applica sempre la bacchetta come una leva il
cui fulcro è costituito dal pollice sinistro immobile sulla pelle. Anche
i pennelli per l'inchiostro e i pigmenti vengono impugnati in modo particolare:
il pennello in fatti funge da calamaio, intinto di pigmento viene tenuto dal dito
medio della mano sinistra in modo da essere a portata di mano quando si esaurisce
il pigmento sugli aghi.
Il tatuaggio giapponese nella sua "vita"
ha conosciuto periodi di esaltante fioritura e periodi di ingiusta illegalità,
continuando però ad essere la massima espressione di quest'arte.
2.6 IL TATUAGGIO A PAPUA-NUOVA GUINEA
Le donne Maisin Papua Nuova Guinea nord
orientale sono tra le poche a praticare ancora il tatuaggio facciale. Dopo il
contatto con la civiltà moderna, il tatuaggio, che da secoli era parte
di un rito iniziatici tribale che aveva lo scopo di "comunicare" il
passaggio dall'infanzia alla pubertà delle ragazze, è diventato
in seguito espressione di un altro "messaggio" sociale. Oggi le donne
Maisin si tatuano per "orgoglio etnico", per sottolineare l'appartenenza
alla propria tribù, per mantenere viva la loro origine in un momento in
cui le diverse etnie tendono a fondersi e a perdere ogni identità culturale.
Ogni
anno, un paio di mesi prima di una grande festa a cui partecipa tutta la comunità,
le ragazze che entrano nella pubertà vengono portate dai genitori a casa
della tatuatrice - il tatuaggio Maisin è praticato solo da donne su altre
donne- dove rimangono finché il lavoro non è terminato. I tatuaggi
sono tutti diversi l'uno dall'altro: le linee tracciate dall'anziana maestra,
seguono i tratti somatici ed espressivi di ogni ragazza per sottolinearli ed abbellirli:
le donne tatuate in fatti sono considerate molto belle ed affascinanti. Dopo aver
rasato le sopracciglia e i capelli sulla fronte, con un rametto intinto nel colore
viene tracciato il disegno quindi, dopo aver chiamato la madre per avere da sua
approvazione, ha inizio l'incisione definitiva dell'opera.
Fino a qualche tempo
fa lo strumento usato per tatuare era fatto con la spina di una vite selvatica
chiamata "tata", fissata ad un rametto che fungeva da manico. La tatuatrice
appoggiava la spina al viso e con un altro bastoncino chiamato "Kimana"
batteva sul manico con un colpo secco per far penetrare la punta della pelle.
Negli ultimi anni la spina è stata sostituita da due o tre agli d'acciaio
e sono poche quelle che ancora usano i Kimana.
Il pigmento nero era ottenuto
tradizionalmente mescolando carbone polverizzato al succo di un erba chiamata
"Bua Kain" (medicina del tatuaggio); oggi vengono preferiti il nerofumo
delle cucine o tinture nere che si trovano in commercio, perché più
intenso e duraturo.
La donna che tatua lavora seduta per terra tenendo sulle
gambe la testa della ragazza sdraiata; con gli aghi buca la pelle ripercorrendo
le linee tracciate precedentemente, quando il sanguinamento diventa abbondante
passa sulla pelle uno straccio intriso di colore, per fermare il sangue e nello
stesso tempo aggiungere pigmento a quello già penetrato nelle ferite. Questa
operazione è molto dolorosa e procura un notevole rigonfiamento della cute,
per questo l'intero tatuaggio del volto e del collo viene eseguito in molte sedute
nell'arco di uno o di due mesi.
Perché il segno rimanga nitido e scuro
ogni tratto del tatuaggio deve essere ripassato cinque o sei volte. Durante il
periodo del lavoro, le ragazze vivono chiuse in casa, e per uscire coprono il
volto per non essere visto prima della fine del tatuaggio.
2.7 IL TATUAGGIO IN INDIA
L'India ha un'antica tradizione di tatuaggi: gli storici
sostengono che essi abbiano imparato a tatuare dai Birmani intorno al 2000 a.
C. Le diverse forme di tatuaggio che si possono incontrare in India oggi riflettono
tutte le differenze e le contraddizioni di quel vasto paese dalle realtà
più estreme. In India si possono incontrare i migliori tatuatori europei
e contemporaneamente si possono incontrare tatuatori itineranti ai più
bassi livelli di miseria e sporcizia. Tra questi due estremi sopravvive un antica
tradizione rurale di tatuaggi tribali femminili, fatti dalle donne sulle donne:
sono tatuaggi molto semplici piccoli i segni tribali di figure composte da tanti
piccoli puntini che rappresentano divinità, fiori o simboli legati alla
vita domestica. Questi tatuaggi facevano parte dei riti di iniziazione in cui
le donne fin da bambine venivano preparate al matrimonio. Di solito questi venivano
fatti in nero e il pigmento preparato in casa con il nerofumo raschiato dalle
pentole e inserito nella pelle con aghi o chiodi. C'è anche un'altra forma
di tatuaggio indiano, forse la più diffusa: si tratta di quella praticata
da tatuatori ambulanti, che girano nei mercati e nelle feste religiose, ed hanno
fatto propri gli strumenti e i soggetti del tatuaggio occidentale e li ripropongono
in uno stile tutto loro: un ibrido tra le due culture: quella occidentale e quella
indiana. Molti di loro si fabbricano macchinette elettriche artigianali con un
doppio magnete; la barra è inserita in un pezzo di gomma nel quale è
conficcato anche l'ago.
I tatuatori sono quasi sempre ambulanti e tutto il
loro materiale viene trasportato in una cassetta o in una scatola per scarpe,
in cui portano anche tre o quattro tavole di disegni incollate su cartone: vi
sono rappresentazioni di divinità indù, disegni floreali, pavoni
ed alcuni piccoli disegni tribali della tradizione rurale femminile, oltre che
alla reinterpretazione di una serie di soggetti classici del tatuaggio occidentale.
2.8 IL TATUAGGIO TERAPEUTICO NEL NORD AFRICA
I tatuaggi nel nord africa più che un valore estetico hanno lo scopo di
prevenire e guarire le malattie o i malefici che sono considerati i principali
responsabili delle malattie stessi.
Uomini e donne si tatuano la mano di Fatima
(la figlia minore di Maometto, che offre a chi la porta al sua protezione) sul
viso, sul collo o su un braccio; una stella a cinque punte spaventa gli spiriti
malvagi se viene disegnata con un unico tratto; le donne berbere si tatuano una
croce sul calcagno per essere protette da inseguitori malintenzionati e un uccello
stilizzato sulla tempia che protegge dal male. Alcune zone particolarmente delicate
del corpo come occhi, naso e parti intime vengono "protette" da piccole
linee sottili, puntini e croci.
In Egitto il tatuaggio di un pesce o di una
palma -simbolo della vita- su un palmo della mano garantisce fecondità.
Il tatuaggio di un serpente invece protegge dalle ire del dio Sole. Spesso vengono
fatti più tatuaggi per proteggersi dai diversi mali e pericoli.
Soprattutto
presso i Berberi, viene usato come vera e propria terapia: con il tatuaggio curano
tutti i tipi di rigonfiamento della cute. Per il mal di testa vengono fatti dei
piccoli segni geometrici sulle tempie e sulla fronte. Di solito sono disegni semplici:
un cerchio, un rettangolo e una croce. Il cerchio o il rettangolo circoscrivono
l'area malata in modo che essa non si diffonda nella zone circostanti e la croce
con la separazione di una linea mediante un'altra dovrebbe guarire il male. Spesso
queste figure vengono combinate per ottenere più effetti terapeutici e
per risultare più decorative.
Il tatuaggio in Marocco viene di solito
praticato dalle donne come una tecnica molto semplice e primitiva. Il colore viene
preparato al momento raschiando il nerofumo dalle pentole o dagli alamari sul
fuoco e mescolandolo nel palmo della mano con un dito che farà poi da calamaio.
Con un grande ago molto simile ad un chiodo la donna che tatua preleva il colore
dal dito e traccia il disegno sulla pelle, poi lo ripassa bucando ripetutamente
in modo da farvi penetrare il colore; quando esaurisce il pigmento viene rimpastato
immediatamente con il nerofumo e la saliva. Finito il lavoro pulisce la pelle
dall'eccesso di nero con uno straccio bagnato di saliva.
2.9 IL TATUAGGIO RELIGIOSO PRESSO IL SANTUARIO DI LORETO
Gli abitanti dell'Appennino
Marchigiano avevano l'uso di tatuarsi, soprattutto gli uomini, sull'avambraccio
vicino ai polsi. Fino a poche decine di anni fa era facile vedere nei campi contadini
con le maniche rimboccate da cui spuntavano tatuaggio bluastri: una figura, un
motto, una croce, i simboli della Passione con il sole e la luna e dello Spirito
Santo, uno o due cuori trafitti talvolta sotto una croce piantata su un globo,
una stellina
La leggenda racconta che la Sacra Casa di Nazareth (la capanna
in cui nacque Gesù), chiamata "la Casetta", per sfuggire alla
persecuzione dei Turchi "si rifugiò" la notte del 10 dicembre
1292 in un boschetto di allori (da cui ha origine il nome Loreto) che, al suo
apparire, si fecero da parte per farle posto.La Casetta divenne immediatamente
meta di grandi pellegrinaggi e in quello stesso luogo venne poi edificato il Santuario
di Loreto.
Il pellegrinaggio passa prima da Loreto e continua poi per il convento
di Sirolo. Il convento fu fondato da S. Francesco e sembrerebbe che la tradizione
del tatuaggio a Loreto tragga origine proprio dalle stimmate del Santo e che rappresenti
un tentativo di riprodurle simbolicamente: infatti tutti i tatuaggi venivano fatti
sull'avambraccio o sulle mani stesse; ha quindi un 'origine mistica e anche quello
amoroso ha il carattere di un giuramento a Dio. Questa tradizione che ha l'aspetto
di una "cerimonia religiosa" risale al periodo del pontificato di Sisto
V, marchigiani di origine e appartenente all'ordine di San Francesco.
I soggetti
dei tatuaggi realizzato a Loreto, che inizialmente erano semplici e primitive
riproduzioni delle stimmate, divennero con il tempo rappresentazioni di simboli
religiosi diversi: la Madonna di Loreto, il Cristo di Sirolo, segni di identificazione
del proprio ordine, tatuaggi marinareschi infine segni d'amore, le spose infatti
si tatuavano come segno di augurio e di promessa il simbolo dello Spirito Santo
e le vedove un teschio con le tibie incrociate oppure la scritta "Memento
morì" (il ricordo del morto) ed il nome del defunto.
Un'altra
spiegazione dell'origine del tatuaggio lauretano lo farebbe risalire all'epoca
delle crociate i cui partecipanti si tatuavano simboli religiosi per essere distinguibili
dai nemici e perché la Chiesa di allora proibiva la sepoltura ecclesiastica
a chi moriva di morte violenta senza aver indosso alcun segno della propria religione.
Questi
tatuaggi erano realizzati dai frati del santuario. Essi prima imprimevano rozzamente
il disegno con degli stampini di legno su cui erano stati incisi i diversi soggetti.
Lo stampino veniva sporcato con l'inchiostro e quindi premuto contro la pelle
per riprodurlo. Con una "penna ", formata da tre aghi di acciaio legati
ad un manico con una legatura di grosso refe impeciato, praticavano una serie
di fitte punture lungo il contorno del disegno. Stiravano poi la pelle per far
uscire il sangue e spalmavano un inchiostro turchino che penetrando nelle ferite
rendeva il disegno indelebile.
2.10 IL TATUAGGIO IN EUROPA
In
Europa il tatuaggio era stato vietato dalla Chiesa Cattolica fin dal 787 d. C.(da
Papa Adriano I, nel concilio ecumenico di Nicea) ed era rimasto relegato ad alcuni
santuari, dove i frati stessi, nonostante il veto papale, tatuavano croci o semplici
segni ai fedeli come testimonianza del loro pellegrinaggio, e agli artigiani,
che in quasi tutta Europa perpetuavano la tradizione di tatuarsi il simbolo del
loro mestiere.
Anche in Europa, dopo che vennero mostrati in pubblico alcuni
indigeni provenienti dalle isole del Sud elaboratamene tatuati, scoppiò
il "boom" del tatuaggio.
Molti aristocratici e ricchi inglesi andarono
fino in Giappone da famosi tatuatori, re Giorgio V e suo fratello il duca Clarence
e lo zar Nicola di Russia si vantavano dei loro tatuaggi realizzati da grandi
maestri come Narabashi di Nagasaki o Hory Chiyo. I più grandi tatuatori
dell'epoca, come Tom Riley, Sutherland Mc Donald e George Burchett, subirono il
fascino e l'influenza dello stile giapponese.
Il primo tatuatore professionista
inglese fu Purdy, che apri il suo Tattoo Shop a Londra nel 1870, a Halloway, e
il cui stile si rifà a quello americano e giapponese.
Un altro tatuatore
"storico" fu Tom Riley, di origine irlandese,figlio di un sergente maggiore
del 6° Reggimento dei Dragoni di Inniskilling. Aveva imparato a tatuare da
bambino e si vantava che non esisteva un solo reggimento dell'esercito britannico
in cui non vi fosse almeno un suo tatuaggio. Quando era sergente del 3° Imperial
Yeomanry durante la guerra in Sudafrica, tatuò centinaia di ufficiali con
gli emblemi del loro reggimento. Tornato in patria frequentò un corso di
disegno, poi aprì vari studi dove tatuò anche molti reali d'Europa.
Sutherland
Mc Donald era un altro personaggio molto in voga: tatuava i soci dei club più
esclusivi di Londra. Affittò un locale presso i Bagni Turchi in Jermyn
Street e vi allestì il suo studio in un accattivante atmosfera esotica.
Era un uomo colto e ben educato, da lui andava tutta l'aristocrazia londinese.
Nel
nord Europa, in Olanda, Danimarca e Germania, il tatuaggio seguì più
o meno lo stesso sviluppo storico, riguardava, cioè, soprattutto i marinai,
contrariamente a quanto accadeva nei paesi mediterranei, dove fu molto ostacolato
dalla Chiesa Cattolica e quindi malvisto. In Francia nel 1860 fu vietato ai marinai,
fatto che decretò la chiusura della maggior parte dei Tattoo Shop che erano
sorti.
Anche in Italia il tatuaggio, soprattutto in seguito agli studi di Lombroso,
è stato molto inviso, non sono perciò nati studi o botteghe professionali
fino agli anni settanta. Ha comunque continuato ad essere praticato in alcuni
santuari, come quello di Loreto, dove un frate ha operato fino a circa quarant'anni
fa; inoltre, importanti famiglie aristocratiche come i Savoia e i D'Aosta hanno
tramandato fino a oggi l'usanza di portare tatuaggi.
2.11 I PRIMI TATTOO SHOPS NEGLI U.S.A.
I viaggi di Cook segnarono la nascita
del tatuaggio moderno occidentale, i maggiori fruitori, nonché i maggiori
responsabili della loro diffusione, furono certamente i marinai. Fu lo stesso
Cook a chiamare il tatuaggio tattoo, traducendo la parola tattaw con cui i tahitiani
indicavano la pratica molto diffusa presso di loro di incidere la pelle con bacchette
appuntite con nerofumo.
Il tatuaggio si sviluppò dapprima in America
in misura tale da dare origine a una vera e propria "professione del tatuatore".
Il primo che si conosca è un tedesco immigrato negli Stati Uniti: Martin
Hildebrand, che nel 1846 aprì il primo Tattoo Studio a New York in Oak
Street. Durante la guerra civile si arricchì notevolmente tatuando emblemi
militari e altre figure ai soldati delle due parti, in un continuo andirivieni
tra le linee militari, benvoluto da entrambe le fazioni.
Nel 1880 circa, Samuel
O'Reilley di New York inventò la macchinetta elettrica per tatuare, poi
brevettata in Inghilterra da suo cugino Tom Riley. O'Reilley aprì un Tattoo
Shop a Brodway e insegnò il mestiere a moltissimi giovani.
Un altro
tatuatore molto conosciuto all'inizio del secolo era Lew The Jew. Questi iniziò
la sua carriera come disegnatore di carte da parati: cominciò a tatuare
mentre combatteva nelle Filippine, continuando poi a fare tatuaggi ai soldati
al loro ritorno in patria. A differenza di molti altri, Lew era un artista molto
creativo, fu lui infatti a inventare molti dei disegni che divennero poi soggetti
classici del tatuaggio folk americano.
Contemporaneamente al ploriferare delle
botteghe dei tatuatori professionistici diffondeva sempre più l'uso di
esibire fenomeni tatuati nei circhi e durante le fiere. Da quando Banks, socio
di Cook, riportò in Inghilterra dalle isole del Sud un indigeno tatuato
e lo mostrò pubblicamente suscitando enorme curiosità e interesse,
non ci fu per tanti anni in Europa come in America, circo o fiera che non esibisse
un uomo, una donna o addirittura intere famiglie tatuate. Si può quindi
sicuramente affermare che il tatuaggio moderno si è sviluppato e diffuso
soprattutto grazie alla guerra e ai circhi.
CAP. 3
LE
VALENZE CONTESTATIVE DEL TATUAGGIO TRA '800 E '900
3.1 IL TATUAGGIO PUNITIVO
Il tatuaggio o la marchiatura a fuoco dei prigionieri
di guerra, degli schiavi e dei criminali vennero praticati in molte parti del
mondo fin dall'antichità. Plinio e Svetonio ad esempio scrivono della marchiatura
degli schiavi di Roma con le iniziali dei loro proprietari e dei "servi stimmatici",
cioè dei servi trovati a rubare e puniti con la marchiatura a fuoco sulla
fronte. La stessa pena venne inflitta anche a molti martiri cristiani (come Teofanie
e Teodoro).
Più recentemente, sotto la vecchia monarchia francese i
criminali venivano marchiati a fuoco con un "Giglio di Francia" sulle
spalle. Più tardi venne elaborato un sistema di marchiatura per distinguere
le persone colpevole di reati diversi: ai ladri veniva incisa una "V"
(voleur); ai galeotti "GAL"; ai mendicanti "M". Gli schiavi
venivano marchiati con le iniziali dei loro proprietari; se venduti venivano marchiati
con le iniziali del nuovo proprietario.
Anche nella Russia Imperiale i criminali
venivano marchiati con una scritta che indicava il reato di cui erano colpevoli.
"BOP" (ladro in russo) era tatuato ai ladri e ai rapinatori e "KAT"
(ergastolano) a chi aveva commesso reati puniti con la condanna a vita. Le scritte
venivano tatuate con un punzone, uno per ogni lettera dell'alfabeto. I punzoni,
intinti nell'inchiostro, venivano appoggiati alla pelle delle guance o della fronte,
quindi il boia, con un colpo secco dato dal palmo della mano sul manico, bucava
la pelle con gli aghi del punzone inserendovi l'inchiostro. Questa punizione in
Russia fu istituita nel 1754 e abolita nel1846 il BOT e nel 1863 il KAT.
In
Inghilterra i disertori venivano marchiati con un ferro rovente fino al 1842.
nei campi di concentramento i nazisti tatuavano il numero di riconoscimento a
migliaia di ebrei.
Oggi la marchiatura a fuoco è una pratica estrema
usata dai giovani, (viene chiamata "Branding" dall'inglese to brand
che significa appunto marchiare a fuoco) .
3.2 TATUAGGIO E MARGINALITA'
La nostra società ha subito tutto il fascino delle
pratiche intese alla modificazione perenne del corpo, e ha creato un complesso
gioco di ambivalenze al riguardo. Le migliori espressioni di questo atteggiamento
possono considerarsi le teorie (superate nella loro globalità ma ricche
di ottimi spunti) di Cesare Lombroso e le critiche a loro rivolte. Con alcuni
collaboratori, Lombroso studiò i tatuaggi presenti nelle carceri e negli
ospedali e ne individuò la forte carica simbolica, acuita dalle brevi frasi
che accompagnavano i disegni, di volta in volta dichiaratorie, rivendicatorie,
nostalgiche. Nell'ambito della criminalità, simboli e frasi evidenziano
la rivolta, l'asocialità, il desiderio di vendetta o la disperazione, insieme
al sentimentalismo e all'erotismo.
I tatuaggi registrati mostravano, secondo
gli studiosi, personalità violente, vendicative, portate all'esasperazione
e alle azioni estreme; i disegni erano soprattutto pugnali, spade incrociate,
pistole, teschi, le frasi molto esplicite:"Giuro di vendicarmi", "Morte
ai bruti", "Figlio della disgrazia", "Martire della libertà"
ecc.
Chi aveva commesso un crimine, sembrava spinto a pubblicizzarlo attraverso
il suo corpo. Tra i criminali sarebbe esistita, dunque, una specie di scrittura
geroglifica, non condizionata da regole fisse ma derivante da avvenimenti giornalieri
e dal gergo, così come forse era avvenuto nelle comunità più
antiche; tra le cause del perdurare di una pratica così dolorosa, la vendetta,
la vanità, lo spirito di corpo e il settarismo, le passioni nobili, il
desiderio di esprimersi e comunicare, la nudità costante di alcune parti
del corpo.(Lombroso, 1895).
Ma, al di là di Lombroso, queste motivazioni
potevano essere estese a tutti i tatuati, fossero detenuti o marinai, soldati,
donne, bambini, derivandone la convinzione che, ben più di tendenze all'atavismo
o ad un certo fatalismo criminale, siano da evidenziare altre cause, più
fortemente producenti su un piano sociale e culturale. Alcuni studiosi definirono
già all'epoca il tatuaggio come una vera e propria scrittura dei primitivi,
il loro primo registro di stato civile, una testimonianza di ordine sociale, una
forma di giustizia primigenia, non un marchio di asocialità, di crudeltà,
di disprezzo della legge e in ultima analisi di brutalità e barbarie. Se
Lombroso istituiva un parallelo tra criminali e primitivi, si nota che se si pensa
al criminale come a un atavico, un membro della primitiva tribù indistinta,
non si riesce più a far quadrare con queste idee la realtà oggettiva,
che propone le culture cosiddette primitive come culture dove è massima
la pratica della solidarietà e dell'aiuto vicendevole.
La comparazione
con ambiti tradizionali risulta utilissima per operare un capovolgimento di ottica,
non per circoscrivere a categorie sfavorite le modificazioni permanenti del corpo,
ma per valutare i significati profondi e positivi di queste pratiche, in generale
e anche là dove si riscontrino in individui socialmente messi ai margini.
Si
può senz'altro, sempre confutando in parte Lombroso, concordare addirittura
con coloro che ritenevano possibile una imitazione di modi occidentali da parte
dei "selvaggi" e non il contrario; infatti, più dei criminali
e degli emarginati, erano i marinai e i soldati coloniali a vantare il primato
di decorazioni tatuate, dovute ai contatti fortuiti con popolazioni tradizionali
che ne facevano uso. Soldati e marinai, oltretutto, appresero le tecniche, ma
non esitarono a rappresentare e a raccontare attraverso di esse i propri sentimenti,
i propri legami, le proprie idealità, i propri valori e disvalori, sia
individuali che ereditati dalla cultura di origine.
Comunque, molte popolazioni
primitive iniziarono a ornarsi di disegni incisi sulla pelle proprio quando vennero
in contatto con soldati e marinai occidentali e ne imitarono alcune peculiarità
e alcuni comportamenti. A volte, il disegno imitato e riprodotto dal "primitivo"
attestava chiaramente coi suoi contenuti di essere stato copiato da quello di
uno straniero, di un "civilizzato". Nelle isole della Società,
in Oceania ai tempi di Cook i tatuaggi tradizionali rappresentavano alberi, uccelli,
animali esistenti o mitici; dopo l'avvenuta penetrazione dei bianchi, i tatuaggi
rappresentarono, su grandi superfici, le calzature e i pantaloni degli europei.
3.3 PROSTITUZIONE E TATUAGGI EROTICI
L'amore e la sessualità
hanno rivestito grande importanza nel tatuaggio femminile di tutti i tempi, in
misura maggiore che non in quello maschile. Nelle società tribali, il tatuaggio
quasi sempre scandiva e "comunicava" alla collettività il passaggio
alle diverse fasi della vita sessuale di una donna: la pubertà, il matrimonio,
la maternità, la vedovanza
ed era di conseguenza considerato anche
una decorazione affascinante ed erotica. L'amore e la sessualità sono all'origine
della maggior parte del tatuaggio femminile moderno. Secondo Cesare Lombroso "
è
nel sesso femminile che trovano rifugio i pregiudizi, i riti, gli ornamenti delle
epoche antiche, per molti anni che sono stati abbandonati dagli uomini
".
Ed è soprattutto nelle donne che è sopravvissuta la pratica del
tatuaggio tradizionale nelle popolazioni primitive. "Questo non a causa della
loro selvatichezza, insensibilità o inclinazione innata al crimine ma piuttosto
per vanità, civetteria, seduzione o semplicemente per tradizione religiosa
e tribale
" L'origine antica e generalmente diffusa della pratica del
tatuaggio femminile, non che il suo perdurare, è convalidata dalle tante
testimonianze di tutti i paesi dove è conosciuta: presso i primitivi oceanici,
americani, asiatici, compreso quelli delle regioni mediterranee e africane gli
archeologi che hanno operato nell'arcipelago greco hanno ritrovato statuette in
terra cotta dell'epoca di Omero: quasi tutte rappresentano corpi femminili tatuati
con disegni geometrici, principalmente sul ventre e sulle cosce. Uno dei segni
più ricorrenti è il triangolo, come triangolo sessuale degli idoli
iberici e ciprioti; oppure, per arrivare ai giorni nostri, presso le donne berbere
il triangolo che sorregge la palma sacra è il simbolo del principio fecondante
della divinità. La forma triangolare è inoltre caratteristica comune
di molte tribù in cui il tatuaggio ha conservato la sua funzione magica
(come il tatuaggio a forma di due V intrecciate che raffigura il sigillo di Salomone)
mantenendo ancora questo significato: I Chaouia pensano, per esempio, che tutte
le donne che non hanno un tatuaggio sul tallone sinistro non avranno figli; per
i Zaian invece, non è importante la parte del corpo tatuata ma l'ago con
cui viene eseguito, che deve essere stato usato per cucire il lenzuolo di una
vergine. Nelle Fiji, in Oceania, le donne-e solo loro- si tatuano i motivi religiosi.
L'importanza del tatuaggio è tale, che in certe tribù,i bambini
nati da donne non tatuate vengono uccisi. Quanto al tatuaggio estetico che decorava
o distingueva le donne (come le tre linee verticali o oblique sul mento delle
donne maritate), è per così dire universale presso i primitivi.
Lombroso ricorda che in Nuova Zelanda "
i disegni dei tatuaggi variano
come da noi quelli della moda
e la prova che essi vengono considerati un
ornamento sta nel fatto che le ragazze si tatuano per nascondere il colore rosso
delle labbra, considerato per la loro coltura un difetto". Le donne tahitiane,
ma non solo, si fanno delle linee e delle cicatrici particolari per far sapere
se sono vergini o nubili. Nelle isole Marchesi il tatuaggio è un sacramento
oltre che una decorazione; vi sono tatuaggi diversi per la donne nubili, per le
domestiche libere, per le schiave, le vedove e le donne sposate. I loro tatuaggi
ornamentali sono disegni dal tratto molto sottile e consistono in braccialetti,
spalline e soggetti simili; cominciano verso i quindici anni con un tatuaggio
all'altezza della vita e continuano nel tempo. Il tatuaggio viene eseguito durante
una cerimonia segreta a cui partecipano solo donne.
Il tatuaggio diventa,
secondo Lombroso, il "segno dell'inferiorità sociale delle donne".
A Tahiti è particolarmente esteso ed elaborato: le ragazze dagli otto ai
quattordici anni si tatuano tutto il corpo tranne il volto e quando raggiungono
la pubertà vengono decorate a forma di arco sulle natiche. Solo le nobili
hanno il diritto di tatuarsi le labbra. Qui il tatuaggio è un ornamento
che viene mostrato con grande orgoglio.
A Nouka Hiva le donne nobili posso
tatuarsi in misura molto maggiore di quelle del popolo e a Samoa le vedove si
fanno tatuare la lingua. In Nuova Zelanda le donne hanno sulle natiche capricciosi
disegni neri che esibiscono con grande ostentazione. Le donne arabe si fanno tatuare
per piacere hai loro meriti, ed è per questo che il tatuaggio è
più diffuso tra loro che non tra gli uomini. Tutte le prostitute arabe
sono tatuate con disegni di croci e fiori sulle gote o sulle braccia; altre ne
hanno sul seno, alle commessure della vulva, o sulla parte esterna delle palpebre;
ma si tratta di ornamenti e non di simboli osceni. In molte regioni dell'Etiopia
le donne portano tatuaggi ornamentali, che disegnano una collana o un bracciale
o simboli religiosi sulla fronte.
Questa tradizione dura tutt'oggi. Lacassagne
(antropologo-criminologo francese 1843-1924) scrive: "
più ancora
che nei ragazzi, il tatuaggio rappresenta per una giovane donna un segnale-sintomo
di cattivo augurio, costituisce chiaramente un segno precursore della prostituzione".
In "De la Prostitution dans la ville de Paris", 1836, autore Parent-Duchatelet,
si legge che "
le ragazze che frequentano i marinai e i soldati hanno
fatto loro l'abitudine di farsi delle figure o delle iscrizioni sulla pelle".
Il caso più tipico è quello segnalato presso le prostitute di Copenhagen
nel 1891. Esiste tra la clientela un certo numero di persone che cerca le prostitute
tatuate, indipendentemente dal carattere erotico del tatuaggio; il contatto con
una partner " diversa" costituisce per loro uno stimolo erotico. Molto
spesso il tatuaggio delle prostitute è solo una cicatrice ideologica, una
testimonianza di amore o sottomissione senza alcuna ricerca estetica. Il criminologo
Baer conclude le sue ricerche dicendo in proposito: " La frivolezza e l'imitazione,
la civetteria e la vanità, la leggerezza e la prostituzione, la frequentazione
abituale e i rapporti stretti con criminali, l'intimità pubblica o segreta
che esse intrattengono con loro: è con le cause che conducono al tatuaggio
e che corrispondono completamente al carattere e alla natura intima delle prostitute".
In Marocco nel 1926 un gruppo di medici francesi visitò alcune prostitute
che portavano dei tatuaggi: " incantesimi d'amore", sul ventre e sul
pube, o frasi di preghiere, che fungevano da talismani protettivi. Una prostituta
di diciannove anni in carcere a Saint-Lazare (fine '800) aveva nove tatuaggi sul
braccio tra cui la scritta: "j'aime la bitte" (amo il cazzo); una ragazzina
di quindici anni, tatuata dal sua amante, aveva una viola del pensiero e un cuore
trafitto e due scritte, una per braccio: "oh merde, ancore un con qui me
regarde" (cazzo, ancora uno stupido che mi guarda) e "as-tu un Louis
à mettre dans le commerce, oui ou non?" (hai un Luigi da mettere in
commercio, si o no?). Una prostituta tedesca aveva invece scritto su una natica:
"immer hinein" (sempre dentro); a Napoli una prostituta aveva sulla
coscia una freccia che indicava il sesso e la scritta "excelsion"; una
nordafricana sopra il pube portava la scritta "entre" (entrata) in arabo;
e un'altra sul seno: "Aicha, fille du malheur" (Aicha, figlia della
sfortuna). A Buenos Aires una prostituta di diciassette anni aveva tatuati un
paio di mutandoni decorati con tanti peni eretti. A Torino, alla fine dell'800,
alle prostitute eterosessuali che lavoravano nelle case chiuse venivano tatuate
un neo sulla guancia sinistra (per indicare che erano sotto controllo medico)
mentre le lesbiche se ne tatuavano uno sopra il labbro superiore a destra; anche
il disegno tatuato di una dalia era segno di riconoscimento per le lesbiche. Presto
le prostitute di strada le imitarono, così il neo tatuato perse il suo
valore di messaggio e divenne solo un vezzo. Le prostitute turche - per mantenere
un "distacco" dal cliente - usavano tatuarsi sulle mani decorazioni
che simulassero guanti e, per pudore, molte prostitute americane ed europee si
facevano tatuare reggiseni e mutandine floreali. In Giappone, quando nel sec.
XVIII sorsero nelle principali città i primi quartieri proibiti, si diffuse
ben presto tra le prostitute e i loro amanti l'uso di tatuarsi un pegno d'amore
(irebokuro) che consisteva nell'incidersi un punto tra la base del pollice e il
polso in modo che, quando l'uomo e la donna si tenevano la mano, la punta di ciascun
pollice andava a toccare il punto tatuato sulla mano dell'altro. Dal tatuaggio
di due semplici punti si passò alle iniziali dell'amante, a piccole frasi
e disegni sulle mani, sulle braccia e sulla schiena. Il tatuaggio, simbolo di
sofferenza, divenne un mezzo esemplare per visualizzare i sentimenti di dovere
e onore, amore e affetto, lealtà e fede spirituale nei rapporti tra i due
sessi all'interno dei quartieri del piacere. Finito l'amore c'erano molti sistemi
con cui le prostitute "cancellavano" i loro pegni; i più usati
erano le bruciature con la moxa, un erba che arde molto lentamente e a contatto
con la pelle procura un'ustione che porta via il disegno lasciando una cicatrice.
Il tatuaggio è stato anche usato come punizione e marchio di infamia per
le prostitute.
Nel trittico dipinto da Hieronimus Bosch nel 1503 "Il giardino
delle Delizie" nella rappresentazione dell'inferno una donna adultera è
dipinta con una rana, simbolo di lussuria e del demonio, tatuata sul petto. In
Francia, durante il Medio Evo, le prostitute e le ruffiane venivano punite con
il taglio del naso e con la marchiatura a fuoco sulla fronte di una "P"
per le prime e di una "M" per le seconde (iniziali di "prostituta"
e di "maquerelle", ruffiana). Sotto il regno di Luigi XIV alle prostitute
veniva inflitta la stessa punizione e, oltre all'amputazione del naso e alla marchiatura
sulla fronte, veniva tatuato a fuoco il Giglio di Francia sul seno o sulla spalla
(marchio di infamia inflitto anche alle ladre).
3.4 IL TATUAGGIO DEI GAY
Non ci sono studi specifici sul tatuaggio degli omosessuali; indagando
nel passato si possono trovare informazioni in merito negli scritti degli antropologi
e criminologi che hanno studiato i carceri dalla fine dell'800 ai primi anni del
'900. Naturalmente le loro ricerche riguardano solo i delinquenti, e non si occupano
affatto degli omosessuali non carcerati, ma sono comunque di grande interesse.
"Pederastica
mi pare - dice il Lombroso - anche l'iscrizione: Ami du Contraire". E' probabile
che tali fossero pure quei prigionieri in cui Lacassagne trovò sulle natiche
dei soggetti lubrici, verghe alate o alla vela, con direzione verso l'ano, e su
ciascuna natica uno zuavo che incrocia una baionetta e sostiene una bandiera su
sui è scritto: "Non si entra". Oppure il ritratto di Bismarck
e di un prussiano. Alcuni Pederasti portavano sulla natica destra scritto: "Dalla
terra alla tomba sono due passi" e sulla sinistra "Dal culo alla fica
sono due dita" , oppure l'altro motto:" Gusto un'ora e vent'anni di
guaio".
Sempre il Lombroso: "Il professor Filippi in un pederasta
falsario trovò tatuato sull'avambraccio sinistro: "Pasquino tesoro
mio sei te", che segnalava il suo vizio e il suo complice. Le mie ricerche
sono cadute sopra sessanta pederasti passivi noti alla locale questura (Napoli)
poiché senza distinzione di ore adescano i forestieri che si recano alle
vespasiane e li invitano al libertinaggio. I maggiori covi di questi esseri semi-femminili
sono i pressi dell'arsenale e le vicinanze del teatro San Carlo e qualche non
disdegna di accaparrarsi gli avventori della Galleria Umberto I con scandalo immenso
dei tanti frequentatori del luogo. Fra questa gente ho trovato trenta tatuati,
dei quali ventitre avevano sopra una delle guance un neo di bellezza:degli altri
sette, uno in mezzo al petto mostrava inciso un cuore sotto il quale stava scritto:
"Ciro caro tu mi feristi"; una altro presentava sull'avambraccio destro
questo motto: "le femmene so fetende"; un terzo: "morte alle zoccole"(prostitute);
un quarto sul braccio sinistro: "Peppino mi fai morire"; un quinto fra
l'una e l'altra mammella mostrava un nastro in mezzo al quale stava scritto: "so
amare"; un sesto sulle pareti dell'addome lasciava scorgere due ceri e una
croce e sotto di questa leggevasi: "Totonno se non ti fai vedere mi ucciderò
per passione". Finalmente il settimo mostrava sulla natica sinistra un guerriero
che con una daga indicava l'apertura anale. La scritta: "da qui si entra"
completava a meraviglia la biografia del tatuato. Il dottor Madia riferisce: "Un
cannoniere di Bari aveva le braccia piene di nomi di compagni. Lo ebbi in cura
circa tre anni fa a Portovenere perché affetto da sifilide con placche
mucose all'ano. Dubitai che quella sfilza di nomi non fosse estranea alle sue
abitudini pederastiche passive".
Un allievo di Lacassagne nel suo scritto
"Les tatouages dans les prisons" scriveva: "Tra i portatori di
tatuaggi osceni ce n'è uno che aveva sul braccio destro un apparato genitale
esterno maschile che si era fatto tatuare in prigione all'età di diciassette
anni:mi raccontò che si trattava del membro di un suo compagno di cella,
per il quale aveva avuto delle compiacenze colpevoli, che glielo aveva tatuato
come ricordo. Ho osservato un gran numero di pederasti in carcere ma, a parte
l'esempio precedente non ho mai trovato presso di loro il gran numero di tatuaggi
osceni o caratteristici che Lacassagne dice di aver visto così frequentemente.
Un altro aveva sul petto una viola del pensiero e la scritta: "bebè".
Che sia simbolo di pederastia?"
Infine in "Aspetti di devianza Iatrogena
nel fenomeno del tatuaggio" di Domenico Crivella si legge: "Nelle mie
ricerche presso il carcere di Perugia negli anni '80 ho trovato ricorrente tra
i pederasti tatuaggi o piercings sul lobo dell'orecchio destro dove erano tatuati
come segno di riconoscimento o un punto o una stella o una mezzaluna (i tossicodipendenti
avevano gli stessi simboli tatuati sul lobo sinistro)".
Nel vasto e articolato
mondo gay di oggi il tatuaggio non è molto diffuso tra gli "effeminati",
mentre lo è tra le diverse correnti che esaltano la virilità del
corpo maschile. Il gay effeminato è infatti impaurito dal tatuaggio e quando
si tatua sceglie soggetti blandi,piccoli, "alla moda". Il tatuaggio
è stato sempre associato all'uomo forte, rude e per questo l'immaginario
gay ha trasposto questa icona nella quintessenza della mascolinità. Il
tatuaggio diventa così oggetto di culto per gli strati di vita gay dove
la virilità è un elemento indissolubile; per quelli che si oppongono
al mito del bello, alto, biondo, perfetto, come i leather (di cui fanno parte
i sadomaso) che si vestono di pelle; per gli uniform, che amano le divise militari
e da lavoro per i bears. Per bears si intende un uomo brutto, grosso e barbuto
che ha però un corpo tenero, da coccolare.
Tra i leather è un
classico tatuarsi i personaggi delle illustrazioni del disegnatore gay anni '50
finlandese Tom of Finland, mentre i sadomaso preferiscono soggetti come catene
e fili spinati. I bears si tatuano preferibilmente l'immagine dell'orso, sono
molto diffusi anche tatuaggi tribali che rappresentano questo animale. Vi sono
altri simboli che accomunano tutti i gay machi come il toro, spesso rappresentato
con il piercing al naso; o il proprio nome o altre scritte in caratteri gotici,
oppure disegni celtici, tribali e bracciali con spine. Presso di loro la moda
tribale rappresenta un segno di riconoscimento per sottolineare la propria individualità
al di fuori di tutti i ruoli imposti dalla società di oggi che vuole annullare
le differenze.
Pur sentendosi quasi tutti impotenti a cambiare il mondo, ritengono
che gli individui possono cambiare ciò che è in loro potere, ovvero
il corpo, esaltando così la loro differenza rispetto agli altri.
CAP. 4
IL TATUAGGIO OGGI: FENOMENO DI MODA
Nel nostro secolo il tatuaggio si è lentamente scrollato di dosso gran parte dei pregiudizi e della cattiva fama che lo accompagnavano, conquistandosi un consenso che è andato sempre più allargandosi, fino ad esplodere in quella vera e propria mania che dilaga oggi fra i giovani e persino fra i meno giovani, in generale anche senza grosse differenze di sesso ed estrazione sociale.
4.1 TATUAGGIO, MASS MEDIA E VIP
Un ruolo importante in questo sviluppo in un certo senso
anche rivoluzionario spetta di sicuro a mass media; al cinema, per esempio: il
tatuaggio è stato infatti rilanciato anche da pellicole di successo come
Natural Born Killers di Oliver Stone, oppure Once Were Warriors del neozelandese
Lee Tamahori. Quest'ultimo film mostra come il tradizionale moko maori venga riscoperto
in un contesto socio culturale ormai post industriale, soprattutto da parte dell'attuale
classe operaia e dalle gang devianti, che lo vivono però in modo personalizzato
e sicuramente diverso da quello del secolo scorso. La tendenza di questi gruppi,
interni ad una civiltà che ormai è una minoranza sociale, appare
perlopiù un confuso tentativo di ricerca e riappropriazione delle radici
di un identità etnica sempre meno forte. Il moko oggi a anche prodotto
un gap generazionale, una divisione fra i maori più anziani e quelli più
giovani: entrambi lo rivendicano come simbolo di identità etnica, ma solo
i giovani lo ripropongono in un contesto ormai del tutto estraneo a quello tradizionale,
e per questo vengono duramente criticati.
Ma il tatuaggio oggi è per
tutti, ed oltre ai media anche molti personaggi famosi, che comunque sono sempre
al centro dell'attenzione della stampa o della televisione, danno il loro personale
contributo all'ulteriore rafforzamento del fenomeno tatuaggio. La fanzine Tattoo
Notes a intervistato Gabriele Salvatores per raccogliere le impressioni che il
noto regista milanese ha provato quando si è fatto tatuare un vascello
sul braccio. Ma anche su quotidiani e riviste specializzate spesso compaiono foto,
magari indiscrete, ed articoli sui tatuaggi dei vip. Durante le Olimpiadi ad Atlanta,
le telecamere che hanno ripreso le varie competizioni non hanno trascurato di
mostrare anche i tatuaggi che decoravano il corpo di più di qualche atleta
in gara.
Sempre più persone stanno scoprendo la cultura del tatuaggio,
la sua lunga storia di tradizione, stili espressivi, tecniche e valori, ma contemporaneamente
è per tanti altri una semplice moda, l'adesione passeggera ad un certo
look che ora fa tendenza. Si tratta perciò di consumatori più infatuati
che convinti, che al massimo azzardano disegni facili da nascondere, soggetti
di piccole dimensioni. Molti sono più sicuri sulle dimensioni che sul contenuto
che scelgono, l'importante infatti è avere un tatuaggio, bello, mentre
meno rilevante sembra essere quale. Ultimamente molto richiesto è il tribal,
un genere che rielabora in chiave contemporanea lo stile dei Mari del Sud, costituito
da un tratto spesso, flessuoso e nero, creato da Leo Zulueta. Infine, chi è
interessato al tatuaggio solo perché di moda spesso lo preferisce semipermanente,
una tecnica usa e getta della durata di qualche settimana che scandalizza i veri
appassionati. Per chi segue l'ultima moda però risulta assai difficile
conciliare quella che è uno dei tratti essenziali del tatuaggio, ossia
il suo carattere permanente, con la variabilità su cui invece si fonda
la Moda.
4.2 TATUAGGIO, RITUALITA'
Il
tatuaggio è in parte moda, in parte cultura, un fenomeno ambivalente, quindi
curioso e pratica tanto antica e primitiva, nonché problematico anche in
quanto ritorno di una rivalutazione di un costume a lungo screditato da una forte
condanna sociale; inoltre, soprattutto come moda, il tatuaggio implica un evidente
contraddizione perché il suo carattere permanente si oppone alla variabilità
che invece è tipica della Moda. Diversi esperti, sociologi, filosofi, semiologi,
addirittura psichiatri, si interrogano o sono interpellati per trovare qualche
risposta ai vari come e perché e spesso avanzano ipotesi che sono anche
piuttosto lontane tra loro; in questa analisi può risultare senz'altro
utile iniziare con l'osservare più da vicino il fenomeno da spiegare.
Un
primo aspetto importante, in particolare se considerato come espressione di una
precisa cultura, è certamente la sua forte componente rituale. Nei Tattoo
Studios della nostre città postmoderne infatti in qualche modo si cerca
ancora di riprodurre e reinventare quell'atmosfera cerimoniale, un po' sacra un
po' magica, che accompagnava e ancora accompagna l'esecuzione di un tatuaggio
nelle popolazioni primitive. Nella drammatizzazione di un evento considerato fondamentale
perché spesso segnava e segna il passaggio di un individuo da una fase
o condizione di vita ad un'altra, un ruolo molto importante è quello del
tatuatore; è costui infatti che può aiutare il cliente nell'opera
di svelamento di se stesso di ricerca del segno che possa riassumerne e simboleggiarne
carattere, personalità, stile di vita, aspirazioni e miti. In questo modo
sulla pelle si imprime una possibile risposta alla domanda che ogni individuo,
prima o poi si pone: chi sono io? Una domanda certamente ancora più essenziale
in una società come quella odierna, povera di stabilità e certezze
su cui fondare l'identità individuale e sociale. Il tatuaggio allora risulta
portatore di un messaggio di identità, oltre che di isolamento poiché
contemporaneamente equivale anche a dire: sono con voi - sono contro di voi.
Il
tatuaggio postmoderno, atto solipsistico, non partecipato, è un iniziazione
di carattere privato, non comporta cioè vere conseguenze sociali, ne l'assunzione
pubblica di un preciso ruolo, con determinati diritti e doveri, come invece avveniva
un tempo e ancora oggi, per tatuaggi eseguiti però in contesti molto meno
avanzati. Il rito metropolitano del tatuaggio infatti può coinvolgere al
massimo un ristretto numero di persone vicine o un gruppo di riferimento, è
il caso questo dei tatuaggi aggregativi, per esempio dei Byker o degli Skinhead.
In ogni caso però il riconoscimento resta pubblico, perché il tatuaggio
è un segno forte per affermare la propria identità e per sottolineare
la comunanza con un gruppo e la distanza da altri, o dalla società nel
suo insieme.
Da una diversa angolatura e forse guardando al tatuaggio più
come moda che come cultura, si recupera la dimensione rituale legata al tatuaggio
perché nel rito, l'uomo contemporaneo cerca di rinnovare la possibilità
di contrastare la paura, diventando un altro, più coraggioso, capace di
affrontare le mille paure del nostro tempo, la paura di non piacere, di non essere
visto, considerato, amato, la paura di scomparire, di essere abbandonato, di restare
solo; soprattutto però esiste la paura delle paure, quella dell'indefinibile,
ed è proprio contro la minaccia dello sconosciuto che l'uomo, impotente,
non può che rifugiarsi nella forza simbolica del sacro, che oggi il gesto
di tatuarsi ancora conserva.
4.3 TATUAGGIO E COMUNICAZIONE
Al
di là di quest'ultima interpretazione, sinora è emerso con sufficiente
chiarezza un altro aspetto che è probabilmente essenziale nel tatuaggio,
vale a dire la sua notevole capacità comunicativa. Anzi, non si può
negare che spesso il tatuaggio risulta una forma di comunicazione addirittura
estrema, in particolare quando è vissuto come marchio categorico ed inimitabile
che stabilisce la propria identità in un mondo ormai dominato dalla omologazione,
dove tutto è urlato e ci si trova in un ingorgo di segni tale che solo
qualcosa si impresso sulla propria pelle sembra poter risultare davvero perentorio
e irrevocabile. Il tatuaggio diventa allora un codice, un linguaggio, attraverso
il quale passa quello sforzo di comunicare ormai così tipico della nostra
epoca, sempre più intasata di comunicazioni vertiginosamente sempre più
veloci.
Anche la moda è un linguaggio(Volli, 1988), un linguaggio performativo,
più che approvazione tranquillizzare o sfidare; e poi per agire su di sé,
nel processo di ricerca della propria identità, nella costruzione di un'immagine
personale che sia accettata dagli altri che ci interessano, nella determinazione
della propria maschera informativa, ossia usata soprattutto per gli altri, per
esempio sedurre, ottenere nel sociale. In questo senso allora anche come moda
il tatuaggio può diventare il mezzo ideale per personalizzarsi, stabilire
la propria unicità in un mondo di uguali e anche per avvicinare l'altro.
4.4 TATUAGGIO E CORPO
Altri spunti per capire meglio
il fenomeno del tatuaggio si possono trovare anche associandolo magari ad altre
pratiche di alterazione corporea permanentemente simili, come ad esempio il body
piercing, e partendo da una riflessione più generale centrata proprio sul
corpo. Innanzitutto tali pratiche sottolineano in modo particolare la visibilità
del corpo, costituiscono una valorizzazione del fisico, una chiara espressione
della consapevolezza, soprattutto dei giovani, circa la possibilità e la
volontà di modificarlo a piacere. Tutto ciò è una conseguenza
della rivoluzione che il vissuto sociale del corpo ha conosciuto nella società
occidentale contemporanea: oggi infatti il corpo è liberato, recuperato
a secoli di inibizioni e tabù, ed è diventato l'ennesimo oggetto
di consumo e di investimento, nella estenuante ricerca della forma perfetta che
ormai coinvolge un po' tutti. Questa nuova centralità del corpo è
tuttavia contrastata da un'altra tendenza del nostro tempo, quella del corpo flusso,
per cui il corpo fisico ormai, grazie soprattutto alle continue innovazioni tecnologiche,
si da in una condizione di incessante metamorfosi, che ne fa anche presagire la
dissoluzione. D'altra parte alcuni osservano che nello spazio virtuale ciò
che si ricerca è proprio la resa di immagine e percezioni sempre più
simili a quelle reali e si offre all'utente la possibilità di un'azione
interattiva sugli oggetti rappresentati, quindi non si può sostenere che
il traguardo finale sia la negazione delle capacità motorie e sensoriali
dell'uomo. Ad ogni modo, la funzione del tatuaggio e delle pratiche ad esso simili
sarebbe quella di contrastare radicalmente la possibile scomparsa del corpo nel
flusso di variazioni continue che lo investono, salvandone in questo modo la capacità
comunicativa.
In un suo recente saggio Vanni Codeluppi (1995) osserva proprio
che l'eccesso di variazione erode la capacità di comunicare e che questo
fenomeno che oggi interessa il corpo è proprio lo stesso che è gia
diventato tipico della Moda, fondata proprio sulla variazione, ma ormai statica,
ridotta a puro revival staccato dalla dinamica sociale ed increscente difficoltà
comunicativa.
4.5 TATUAGGIO E MODA, TATUAGGIO DI MODA
Si
può fare un ulteriore passo in avanti ricordando la tesi secondo la quale
il nostro sistema economico e sociale è ormai interamente dominato da quella
che è stata definita come la "forma moda", ( Volli, 1988); Ciò
significa trionfo della legge essenziale della Moda, la variabilità, e
quindi un diffuso ed incessante bisogno di consumare oggetti, ma anche e soprattutto
significati; quello che riguarda la Moda allora ormai non si riferisce più
soltanto all'abbigliamento. Appare evidente perciò che il tatuaggio ed
le altre pratiche di alterazione corporea permanente possono rappresentare anche
un reazione a questa ormai diffusissima tendenza a cambiamento continuo e all'inquinamento
simbolico che inevitabilmente ne deriva; di conseguenza, non sono moda, bensì
contro - moda.
Tuttavia, una tendenza per cui si può parlare di moda
del tatuaggio, oltre che degli esperti di costume, è riconosciuta e spesso
anche criticata dagli stessi esperti del mestiere, i Maestri del tatuaggio. In
passato la stampa ha riferito di una polemica a distanza scoppiata tra due grandi
stilisti italiani, Armani e Versace ; quest'ultimo ha reagito vivacemente ad un'affermazione
di Armani che "scandalosamente", sostiene che la Moda è morta;
egli stesso ha spiegato che con ciò intendeva dire che ormai gli stilisti
e le grandi maison non hanno più il potere di un tempo, quando si imponevano
sulla clientela orientandola in tutto e per tutto. Questa polemica ricorda però
un dibattito che esiste da tempo e che riguarda i due principali modelli che descrivono
il processo di diffusione della moda ed il successivo, opposto, "modello
a virulenza" (Volli 1988). Il primo spiega che la moda sgocciola da un vertice
e si afferma poi attraverso la piramide sociale per imitazione competitiva del
superiore da parte dell'inferiore. Invece il secondo modello, più aderente
alla realtà attuale, sostiene che le mode sono tante e soprattutto arrivano
da molti punti diversi del corpo sociale, facendo salvo il criterio di imitazione
competitiva perché nella moda la componente concorrenziale c'è sempre.
Rispetto a queste due differenti teorie e alle dinamiche che esse descrivono,
la moda del tatuaggio sarebbe un caso tipico da far rientrare in quella più
recente, perché viene infatti dalla periferia ed in principio era proprio
solo di piccole minoranze, di quei gruppi che tipicamente non cercano espandere
il loro costume, anzi, ne sottolineano la capacità di essere segno di confine
e contrapposizione. Questi stessi gruppi però, loro malgrado, spesso costituiscono
un prezioso serbatoio per il ricambio delle mode generali.
4.6 TATUAGGIO NELLE SUBCULTURE
Il travaso di quelle che in realtà sono
contro - mode, tipiche delle cosiddette subculture giovanili o tribù di
stile, nella Moda vera e propria, seguita invece dalla maggioranza e sostenuta
principalmente dal sistema dei consumi è descritto anche in altre analisi
centrate più in particolare proprio sulle subculture. Dick Hebdige (1979),
un pioniere di questi studi, parla del rapporto tra moda e sottoculture osservando
come queste ultime, che attraversano il loro stile attuano una forma di resistenza
obliqua con armi semiotiche come il tatuaggio appunto, spesso subiscono da parte
della società un doppio processo di integrazione, sia al livello materiale
che ideologico. Ciò significa che soprattutto i media e la moda hanno sviluppato
la capacità di renderle inoffensive: ne steoripatizzano e spettacolarizzano
il costume e i comportamenti, privandole in questo modo della loro forza e anche
dell'autenticità.
Approda a risultati analoghi anche Ted Polhemus (1995)
con un saggio che analizza l'evoluzione della Moda e delle subculture, nonché
il rapporto tra le due. La moda così come la conosciamo oggi nasce con
l'età moderna, nel Rinascimento, quando si produsse una rivoluzione di
mentalità tale per cui il cambiamento non venne più vissuto come
problematico ma diventò invece positivo e desiderabile perché associato
all'idea di miglioramento e di progresso. Di conseguenza contemporaneamente si
modificò anche la funzione del costume: se prima, creando delle linee divisorie
tra "noi" ed "essi", doveva rendere manifesta e reale l'identità
sociale e culturale di un certo gruppo e perciò negava la possibilità
del cambiamento, a partire dal Rinascimento cominciò ad essere inventato
proprio per celebrarlo, il cambiamento. Ecco quindi la Moda, meccanismo che crea
continue novità.
Le subculture invece si sviluppano soprattutto dopo
la Seconda Guerra Mondiale come espressione del rifiuto dei miti ampiamente diffusi
nella società circa la linearità della storia, lo sviluppo e il
progresso. Le tribù di stile tornano quindi a rappresentare la loro cultura,
di opposizione, attraverso il costume, adottando stili che con la loro permanenza
contrastino la incessante variabilità della moda. Si tratta di un contrasto
tra il "sistema moda", significante del mondo moderno e della sua fede
progressista, e lo stile subculturale significante del mondo antagonista. Il tatuaggio
è proprio una delle armi impiegate in questa sfida subculturale al gusto
della società per la variazione continua sfida di segni che definiscono
una contro - moda e vogliono portare nuovamente un messaggio di identità
e autenticità.
L'attuale epoca postmoderna è anche ormai l'era
postsubculturale poiché, a partire dal movimento punk, le tribù
di stile hanno gradualmente perso il loro valore e oggi sono soltanto dei simulacri
di se stessi, perché il sistema moda è riuscito, anche con l'aiuto
dei media a spettacolarizzarle e a trasformarle in vuoti stereotipi. Tutto ciò
che ne rimane ormai è una sorta di supermercato degli stili, da cui chiunque
può attingere i più disparati elementi distintivi delle varie sottoculture
di ieri, magari mescolando tra loro anche quelli che originariamente erano incompatibili
per stile ed ideologia. Nonostante tutto però le subculture esistono e
resistono ancora, e probabilmente si può prevedere che per salvare la loro
identità e autenticità cercheranno nuova forza nell'unione.
4.7 CONCLUSIONE
Ritualità, comunicazione, concezione del corpo, moda, sottoculture: in questa esercitazione ho cercato di dimostrare come l'esame un po' più approfondito di ognuno di questi diversi fattori può dimostrarsi utile per offrire una spiegazione, di certo non completamente esauriente ma per lo meno ragionata, per il tatuaggio. Fenomeno che vanta una tradizione tanto antica, ma che nel presente vive ancora, e che probabilmente rimarrà anche nel futuro, il tatuaggio ha suscitato ora meraviglia e consenso, ora disapprovazione e condanna. Nato come cultura, è diventato anche una moda, non prima però di essere stato elemento delle contro - mode sottoculturali. Ambivalente, contraddittorio, denso di significato o decorativo, penso che con tali caratteristiche il tatuaggio possa sicuramente essere considerato come un fenomeno postmoderno.
A. De Blasio, Il tatuaggio, Arnoldo Forni Editori, Napoli 1905
C. Lombroso, L'uomo delinquente, Fratelli Bocca Edizioni, Milano 1896
G. Salvioni, I tatuaggi, Xenia Edizioni, 1996
L. Gnecchi Fercioni, Il libro del tatuaggio, Fabbri Editori, 1995
L. Gnecchi Fercioni, Tattoo, tecniche strumenti artisti, Mursia Editore, 1996
G.M. Fercioni, Horiyoshi III l'arte del tatuaggio Giapponese, Luni Editrice, 1999
A. Castellani, Ribelli per la pelle, Costa & Nolan, 1995
V. Codeluppi, Il corpo flusso. La moda al di là del narcisismo.
R. Grandi, I mass media fra testo e contesto, Lupetti, 1992
R. Grandi in Cerani (a cura di), Moda, Regole e rappresentazioni, Franco Angeli, 1995